Intervista a Fabio Magnasciutti: “Le mie vignette nascono da un’urgenza”

Le sue vignette spopolano sul web per essere un connubio perfetto tra ironia, giochi di parole e sintesi di concetti con le quali incanta fan e girovaghi dell’internet.

Fabio Magnasciutti, classe ’66, è un illustratore, vignettista e musicista. Ha pubblicato con gli editori Giunti, Curci, Lapis e Barta per citarne alcuni. Tra le sue collaborazioni si annoverano la Repubblica, l’Unità, il Fatto quotidiano, gli Altri, Linus e Left, per cui attualmente realizza copertine e vignette.

Ha anche curato sigle e animazioni di importanti trasmissioni quali “Che tempo che fa” edizioni 2007 e successive e di “Pane quotidiano” (RAI 3) e ha curato le illustrazioni per i programmi AnnoZero edizione 2010-2011 e Servizio pubblico.

Nel 2015 ha conseguito il premio come miglior vignettista 2015 presso il Museo della satira di Forte dei Marmi. Nel 2005 ha fondato la scuola di illustrazione Officina B5 ed attualmente insegna illustrazione editoriale presso lo IED di Roma.

Tra pubblicazioni più recenti: “Mamma quante storie”, scritto da Andrea Satta e illustrato con Sergio Staino, per Treccani,  “Nomi, cosi, animali” e “Noi”, per Barta edizioni. Di prossima uscita “Il richiamo della coperta”, “Dire, dare, baciare” e “Due”, a quattro mani con Luca Ralli (Barta). Nel 1993 ha fondato il gruppo musicale Her Pillow. Incuriositi dalle sue vignette, lo abbiamo intervistato per saperne di più.

Fabio, illustratore e musicista, le tue passioni sono diventate un lavoro?

Sì, certamente! Da più di trent’anni oramai.

Parliamo di Fabio Magnasciutti illustratore: come nasce l’idea per una tua vignetta e quanto impieghi per realizzarla?

Non c’è un criterio. Quasi sempre sono delle idee che mi vengono in mente e devo immediatamente disegnarle altrimenti svanisvono. Le vignette, soprattutto, vengono realizzate in pochissimo tempo, in una decina di minuti. Non è un lampo di genio. Spesso derivano da un gioco linguistico o il tutto parte da un’immagine. Se li faccio su commissione, invece, devo stare sul pezzo e trarre spunto da un argomento che interessa in quel momento. È un meccanismo leggermente più complicato. Più che un talento, è un’urgenza per me. Dopo ci vogliono gli strumenti per far sì che quest’urgenza si sfoghi. Io fin da piccolo ho trovato nel disegno lo strumento più comodo e adatto a me.

Quali sono gli illustratori o gli artisti a cui ti ispiri o che apprezzi?

Sarebbe una lista molto lunga. Mi limito a dirti il nome di un illustratore che ammiro di più che è Steven Silberg. Ce ne sono molti altri, ma è il primo che ho guardato dapprima con grandissima invidia e successivamente con grandissima ammirazione. È sicuramente un grande illustratore del 1900-2000.

Molti hanno conosciuto le tue vignette attraverso i social. Come ti rapporti con questo mezzo e soprattutto con gli haters?

Male. Non li amo per niente. I social sono un canale di comunicazione importante dal quale non si può prescindere a meno che non sei qualcuno che non ha bisogno di starci. Io sono ancora nella fascia che in qualche modo ne ho ancora bisogno. Quindi ho Facbook da qualche anno e Instagram. È una cosa che gestisco mal volentieri e, infatti sono molto meno presente di quello che sembra. Mi limito a postare le cose e poi dopo scompaio. Haters non ne ho molti perché non ho un approccio frontale alle cose. È capitato qualche volta, ma generalmente vengono ignorati. Non alimento mai le polemiche: non mi interessano e non mi piace farlo.

Non solo vignette, ma hai curato le illustrazioni di numerosi programmi come “Che tempo che fa”. Come cambia l’approccio nella realizzazione delle illustrazioni per la tv rispetto alle vignette?

Cambia tecnicamente perché non sono vignette, ma animazione ossia una grafica che durante il programma è in movimento. I lavori fatti finora sono stati dipinti in acrilico e poi dopo con lo scanner sono stati adattati. C’è un rapporto più stretto con gli autori e, quindi, in un certo modo sei costretto a rispettare la linea editoriale del programma. Quando lavoro per conto mio, invece, ho carta bianca. È vagamente più complicato, ma ugualmente piacevole.

Sei pure un musicista, ossia il cantante degli Her Pillow. Ci racconti come è nato questo progetto? 

È nato dal gruppo precedente con cui ho suonato. Facevamo cose completamente differenti ossia new wave. Col bassista ero rimasto in contatto ed un giorno che eravamo senza gruppo, io e mio fratello abbiamo deciso di far qualcosa di acustico. Abbiamo iniziato a fare delle canzoni in chiave acustica ossia voce e chitarra e poco altro. La cosa, in seguito, si è allargata perché abbiamo iniziato ad avere un discreto successo locale. Adesso siamo una band di sette persone con una strumentazione abbasstanza complicata in chiave folk e in chiave rock. Questo gruppo è insieme da ventisei anni.

Quali sono i progetti futuri?

Ho tre libri in uscita con l’editore Barta con cui sto collaborando in questo momento. Uno è il secondo volume di vignette quello uscito due anni fa che ha avuto un buon successo e raccoglie le vignette degli ultimi due anni. Il secondo libro è in collaborazione con un’amica e collega illustratrice che è Susanna Mattiangeli. È nato da una mia idea. Ho chiesto a lei di occuparsi del testo ed è un libro per bambini. Il terzo libro è in collaborazione con un mio collega, un noir scritto a quattro mani. Sto lavorando al primo numero di una collana che riguarda monografie di musicisti e artisti morti e che sono stati particolarmente importanti nella mia vita.



Sandy Sciuto