Il processo ai Chicago 7: su Netflix l’ingiusto processo ai movimenti del 68′

Disponibile su Netflix, Il processo ai Chicago 7, dello sceneggiatore e regista Aaron Sorkin , autore di celebri sceneggiature di successo, tra cui Codice d’onore e The Social Network, e recentemente approdato alla regia (nel 2017 con Molly’s game), più che un film su una vittoria processuale sofferta, si presenta come una pellicola su un ingiusto processo, che ha senz’altro il merito di far conoscere la vicenda processuale dei Chicago 7.

Il regista “assolda” un cast d’eccezione per riflettere sulle diverse anime dei movimenti del 68′. La vicenda raccontata è quella del clamoroso processo che la procura del governo federale degli Stati Uniti impiantò contro 7 attivisti, considerati responsabili di istigazione alla sommossa, con riferimento alle migliaia di manifestanti che si recarono a Chicago per manifestare contro la guerra del Vietnam e contro il presidente uscente Lindon Jhonson (che tale guerra l’aveva iniziata), interferendo con la Convention del Partito Democratico.

La manifestazione pacifica venne soffocata dalla polizia con la violenza, con ampio uso di lacrimogeni e veri e propri accerchiamenti militari antisommossa, come testimoniano i media dell’epoca. La risposta del governo degli  Stati Uniti all’evidente sopruso della polizia sui manifestanti (immortalato come si diceva dalle telecamere) fu quella di intercettare le personalità più influenti della protesta sessantottina in America, che di fatto avevano partecipato alla manifestazione, incriminandole per istigazione alla resistenza armata, per dimostrare la pericolosità di tali movimenti di contestazione e offrire dei capri espiatori che non fossero la polizia.

E’ così che il gruppo viene sottoposto a giudizio. Il film, con una regia dinamica, che ricostruisce le personalità degli imputati attraverso flashback che si animano durante le diverse vicende processuali, riesce a sfruttare al massimo l‘elevata qualità degli interpreti, le cui battute e i dialoghi sono decisamente essenziali nel far progredire l’intreccio del film.

Dagli hyppyies, guidati da Abbie Hoffman, un personaggio sopra le righe, quasi “un comico fumato”, che provoca il giudice e le autorità, ma ha anche una profondità maggiore di quanto si possa sospettare, interpretato con brio e grande carisma scenico da Sasha Baron Coen (che molti ricorderanno per Borat); agli attivisti che cercano con più evidenza una risonanza politica, come quelli guidati da Tom Hayden, nel cui ruolo abbiamo un sempre all’altezza Eddie Redmayne (La teoria del tutto, The Danish Girl): non sono che alcune delle componenti della numerosa folla che marciò verso Chicago. Componenti che molte volte non sono neanche consapevoli di avere tra loro più cose in comune di quanto credano. Il processo in cui sono convenuti come complici – sono accusati di aver pianificato una vera e propria sommossa aggirando i limiti territoriali e fomentando la gente alla rivolta –  seppur non favorevole per loro, diventa il luogo in cui ritrovare unità e riconoscersi: questa l’idea centrale della pellicola e l’elemento più riuscito.

Il processo ai Chicago 7 è la storia di una lotta impari in un “processo politico” già deciso in partenza, i cui imputati (innocenti) cercano assieme al loro avvocato (Mark Rylance, già scelto da Spielberg in Il ponte delle spie) di utilizzare tutte le carte in loro possesso, nonostante il giudice Hofmann (interpretato da un convincente Frank Langella) sia loro a dir poco ostile, al punto da “far fuori” progressivamente tutte le loro possibilità.

Aaron Sorkin riesce attraverso dialoghi frizzanti e una buona caratterizzazione dei personaggi a far proseguire agevolmente la visione della pellicola, sorretto da un cast davvero incredibile (tra gli attori anche Joseph Gordon Levit e Michael Keaton), i quali sono davvero essenziali per la tenuta della pellicola.

Il dualismo interno alla protesta, tra Sasha Baron Coen, che sorprende in questo ruolo comico-serio, e Eddy Redmayne è senz’altro l’elemento più convincente della pellicola, assieme allo scontro-provocazione degli imputati contro il giudice, il quale, al di là delle speculazione della sceneggiatura, arrivò davvero a far imbavagliare uno degli imputati, Bobby Seale, un esponente delle Pantere Nere, per i numerosi oltraggi alla corte, impedendogli di parlare (costui fu poi giudicato separatamente dai 7 di Chicago).

Meno riuscita la parte finale della pellicola, che avrebbe meritato una chiusa più asciutta e meno “sensazionistica”, la quale avrebbe fatto guadagnare al film piuttosto che perdere di qualità.

Siamo comunque dinnanzi ad un buon film processuale e biografico, anche ironico, dinamico e frizzante, che vanta uno strepitoso cast, davvero ben diretto. Un film che senza dubbio arricchisce il catalogo Netflix. Consigliato per la caratura degli attori e la godibilità dei loro “scontri” in aula.

 

 

 



Francesco Bellia