C’era una volta l’Unione europea: una favola senza lieto fine (forse)

Emilia Granito

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C’era una volta un continente antico, culla della civiltà occidentale, che nei secoli ha visto passare uomini e donne che hanno cambiato la storia. Giulio Cesare, Carlo Magno e Napoleone Bonaparte sono solo alcuni degli uomini che hanno tentato di conquistare l’Europa e sono arrivati un po’ più vicini alla meta. Ma dove hanno fallito i loro eserciti, sono riusciti i potenti mezzi della diplomazia, l’arte più antica del mondo. Era il 1924 quando il conte Richard Coudenhove-Kalergi (sì, quello del fantomatico piano) fondò l’Unione paneuropea, un’associazione che aveva l’obiettivo di raggiungere l’unificazione degli Stati del “vecchio continente” per fronteggiare, da un lato, la minaccia militare sovietica e per preservare, dall’altro, le economie europee dalla dominazione statunitense. Promotore di tali idee presso le cancellerie europee si fece Aristide Briand, ministro degli esteri di Parigi, che arrivò a proporre la costruzione degli Stati Uniti d’Europa per poter far tacere, finalmente, le armi e far sedere la Germania accanto ai suoi vecchi nemici.

Ma proprio quando, nel 1929, Briand spiegava alla Società delle Nazioni il suo progetto di federazione europea, in una Germania messa in crisi dalla sconfitta della Prima Guerra mondiale e lacerata dalla crisi economica e finanziaria si faceva strada un “oscuro caporale austriaco” (cit.), che nel 1933 avrebbe ottenuto il potere e messo in crisi l’esistenza stessa dell’Europa. Durante la guerra, tuttavia, il sentimento europeo non si affievolì ma anzi crebbe e si articolò in due correnti: da una parte i federalisti di Ventotene (guidati da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni), dall’altra i funzionalisti come Jean Monnet, che volevano giungere ad un’unione federale europea attraverso passaggi più graduali, a cominciare da una coesione politica.

Fu questa seconda corrente che convinse maggiormente statisti del calibro di Schuman, De Gasperi ed Adenauer.  Addirittura l’inglese Churchill sostenne la tesi della necessità di un’Europa unita, ma la storia del rapporto di amore ed odio fra la Gran Bretagna e l’integrazione europea richiede immensi spazi e, d’altronde, alla vigilia del completamento della Brexit non si è ancora sicuri di poter scrivere la parola fine. In questo clima si giunse, nel 1952, alla firma del Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, materiali allora indispensabili per la costruzioni di armamenti da guerra. Il secondo passo prevedeva la costruzione di una Comunità europea di difesa, con un unico esercito che difendesse gli Stati membri da qualsiasi minaccia esterna. Fu però un passo falso: né i tempi, né i governanti erano abbastanza maturi per un progetto di tale portata e così la CED non riuscì a vedere la luce a causa dell’opposizione della Francia (sì, la stessa Francia che fu ideatrice del trattato in questione). Ci fu il serio pericolo che il fallimento della CED provocasse il fallimento di tutto il progetto europeo.

I fautori dell’unione europea furono però in grado di riprendersi: compreso che prima dell’unione politica era necessario raggiungere un elevato livello di integrazione economica, fondarono la Comunità economica europea (1957), la quale mirava all’instaurazione di un mercato comune europeo. Insomma, l’Europa mostrava agli avversari dell’integrazione di essere in grado di rialzarsi più forte di prima dopo le sue cadute. Da quel momento si sono succeduti altri trattati che hanno modificato, accrescendoli, i poteri e gli ambiti di lavoro della Comunità europea: dal mercato unico alla politica estera, dall’unione monetaria alla libera circolazione delle persone, persino all’istituzione della cittadinanza europea, fu un percorso che incontrò pochi ostacoli e ricevette anzi il sostegno di diversi Stati che chiesero di aderire alla comunità europea.

Si arrivò così al 2004. Dopo l’allargamento dell’UE ad un blocco di 10 Stati, i tempi furono ritenuti maturi per un passo in avanti importante: la cosiddetta Costituzione europea. Essa doveva dar vita ad un’entità nuova ed unica nel panorama internazionale, trasformando profondamente l’assetto normativo ed istituzionale dell’UE. Ma il progetto naufragò, bocciato prima dai referendum francese ed olandese, poi bloccato dalla sospensione dello stesso referendum da parte di Gran Bretagna, Polonia e Danimarca. Fu la seconda caduta rovinosa nel cammino dell’integrazione europea.

L’UE si riprese anche quella volta? Nì. Nel 2007 il Trattato di Lisbona riuscì ad integrare nei Trattati già esistenti le innovazioni che sarebbero state introdotte dalla Costituzione europea, ma a caro prezzo. Anzitutto, continuavano ad esistere dei Trattati istitutivi, ossia espressioni di quella che sostanzialmente è la volontà degli Stati, e non una Costituzione, un testo da sempre ritenuto più vicino alla volontà dei cittadini. In secondo luogo, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona fu un travaglio infinito, poiché sorsero problemi in Irlanda, Germania, Polonia e Repubblica ceca, superati solo nel novembre del 2009. Infine, c’è da sottolineare il risvolto negativo peggiore del fallimento della Costituzione europea: la nascita di quel vasto movimento anti-europeista che oggi si è incarnato in diversi partiti politici presenti nei Paesi membri dell’UE e che minaccia l’esistenza stessa dell’Unione.

Quindi, l’Unione europea ha un futuro? Nella favola che ha parlato di una pace solida e duratura e di una cooperazione forte fra gli Stati che, meno di un secolo fa, hanno rischiato di distruggersi a vicenda, ci può essere lieto fine? Difficile immaginarlo oggi, ma è ancora più difficile immaginare un’Europa senza Unione europea. Per lo meno, non un’Europa che abbia gli stessi livelli di ricchezza, prosperità e collaborazione, seppure stiamo parlando di margini largamente migliorabili. Le difficoltà in materia di immigrazione, sicurezza, coesione sociale e crescita economica stanno mettendo in serio pericolo il futuro non solo dell’organizzazione europea, ma soprattutto dei singoli Stati.

Senza Unione europea, entità piccole come l’Italia, la Germania, la Francia o l’Ungheria non possono fare molto senza rischiare di essere travolte da soggetti molto più grandi ed influenti sul piano internazionale. A maggior ragione se governate da forze nazionaliste, da sempre cieche di fronte al più grande panorama di interessi e questioni fondamentali della comunità internazionale nel suo insieme. Nello scenario migliore, mentre Cina, Russia, India e Stati Uniti detteranno le regole della convivenza internazionale, alla Gran Bretagna non resteranno che le briciole dell’alleato atlantico (se ne avrà di briciole da lasciare), alla Germania toccherà faticare per mantenere un primato economico almeno in Europa (insignificante se paragonato al colosso cinese), mentre alla Francia non resterà altro che la sua grandeur ed all’Italia… la storia dell’impero romano.

Ma con questa Unione europea non andrà meglio. Mentre Cina, Russia, India e Stati Uniti dettano le regole della convivenza internazionale, l’UE è un colosso fermo e ripiegato su se stesso. È giunto il momento che il principe azzurro dia il bacio del risveglio alla Bella addormentata, ché 100 anni di sonno per tutto il regno non porteranno mai il lieto fine.