Andare oltre la guerra: i rifugiati siriani ricostruiscono Palmira

Per comprendere una civiltà è necessario conoscere la sua storia, toccare con mano i suoi simboli, veri custodi della cultura di un intero popolo ed unico filo conduttore tra passato e futuro. Sta in questo l’importanza, per la Siria, di Palmira: quelle pietre, che da duemila anni resistono al sole del deserto, testimoniano la ricchezza culturale di una nazione che ha visto passare in queste lande comprese tra il Mediterraneo e la Mesopotamia i popoli che hanno permeato la storia dell’umanità e della nazione mediorientale. Sta in questo l’importanza per tutta l’umanità di questa “perla del deserto”, patrimonio dell’Unesco, diventata ormai il simbolo della distruzione di una guerra senza fine.

Perché lo Stato Islamico, in questi anni di guerra civile, ha distrutto, cancellato, annientato testimonianze archeologiche antichissime perché simboli di un’epoca pagana che precede l’arrivo di Maometto sulla terra. Hanno fatto saltare in aria l’arco di trionfo di Palmira, vestigia di epoca romana di almeno duemila anni. Hanno raso al suolo tre tombe a torre costruite tra il 44 e il 103 dopo Cristo. Hanno distrutto anche il Tempio di Bel ed hanno decapitato l’archeologo Khaled Assad, responsabile del sito. Una lucida e calcolata follia spinge gli uomini in nero, interessati a cancellare la storia, la cultura e l’identità della Siria. Non si sa quando e come finirà la guerra, non si sa quanto ancora verrà distrutto, ma una cosa è certa: Palmira deve essere ricostruita e restituita alla collettività. Ed a far rinascere Palmira dalle ceneri saranno gli stessi rifugiati siriani, costretti a fuggire dal loro paese per sopravvivere ai bombardamenti, alla follia omicida dei miliziani, alla morte.

Coordinati dall’organizzazione americana no-profit World Monuments Fund, che si occupa di preservare siti architettonici in tutto il mondo dalla forte rilevanza storica, giovani siriani che vivono nel campo di Zaatari sul confine giordano verranno formati ed impiegati nella tutela del proprio patrimonio e della propria storia. Il World Monuments Fund, infatti, vuole, evitare che il ripristino del sito sia legato esclusivamente al lavoro di studiosi e archeologici internazionali che arrivano in Siria, svolgono un lavoro e poi vanno via. Non a caso, il progetto è stato sviluppato con il Petra National Trust, un’organizzazione giordana senza fini di lucro la cui missione è quella di promuovere la tutela e la conservazione di Petra, inserita a ragion veduta tra le sette meraviglie dell’umanità e patrimonio mondiale dell’Unesco. Per il progetto sono già stati stanziati 500 mila dollari.

La scelta di coinvolgere i rifugiati del campo di Zaatari non è per nulla casuale. E’ proprio qui, infatti, che diversi artisti  siriani hanno deciso di ricostruire le opere andate distrutte, sbriciolate, vandalizzate dallo Stato islamico. Per realizzare i modelli dei principali siti storici, gli artisti coinvolti in questa iniziativa usano i materiali disponibili nel campo: polistirolo, pietra, legno. La storia della Siria, quindi, continua a rivivere nelle fedelissime riproduzioni costruite dai rifugiati e presto, si spera, andando oltre le riproduzioni. Un modo per ripartire, per rinascere, per trasformare il dolore della perdita in opportunità di riscatto e magari di pace tra i popoli.



Catiuscia Polzella