Xavier Dolan – L’enfant prodige del nuovo cinema

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Di Simona Bartolini per Social Up!

Classe 1989, canadese di origini, appassionato di cinema fin da piccolissimo a tal punto da cimentarsi in vari campi del settore come la recitazione, la sceneggiatura, il doppiaggio e la regia. Ed è proprio quest’ultima che l’ha fatto conoscere al pubblico e alla critica affermandolo come uno dei migliori registi emergenti del cinema internazionale.

A soli 27 anni Dolan ha firmato ben sei regie dal 2009 ad oggi. Nel 2014 si è aggiudicato il Premio della giuria alla 67esima edizione del Festival di Cannes per il film”Mommy“.

juste-la-fin-du-monde_5594799In occasione dell’uscita del suo ultimo film “Just la fin du monde” (nelle sale dal 7 Dicembre) per il quale ha vinto il Grand Prix alla 69esima edizione del Festival di Cannes, Milano ospiterà una rassegna di 18 ore in cui verranno proiettati tutti i suoi lungometraggi al cinema Beltrade.
Dolan fa esattamente il contrario rispetto a quanto visto con l’acclamato ‘Mommy’. Il suo ‘Juste la fin du monde ‘è un melò duro, troppo intenso per durare più di così e spiegarsi meglio” ha esordito la critica dopo la visione del film.

La pellicola, che è un adattamento di un testo teatrale scritto da Jean-Luc Lagarce,  ha come protagonisti Marion Cotillard, Léa Seydoux, Gaspard Ulliel e Vincent Cassel (solo per citarne alcuni) e narra la storia di Louis ,scrittore e sceneggiatore affermato, che dopo 12 anni di assenza decide di ritornare a casa dove lo aspettano la madre, la sorella Suzanne, il fratello Antoine e la moglie di quest’ultimo, Catherine. Il motivo di questo rientro è tanto semplice quanto devastante: Louis vuole annunciare la sua morte.

C’è tanto di Xavier Dolan in ogni scena del film: dalle immagini sfocate nell’introduzione, il brano elegante che accompagna il film, il forte cromatismo e una collezione di primi piani stretti e senza profondità di campo (che ritroviamo soprattutto anche in ‘Mommy’).
Tutto si può dire, ma non che “Just la fin du monde” abbia poco da dire: per la prima volta il regista parla al futuro, immagina come potrebbe essere anziché descrivere situazioni specifiche che ben conosce.
Possiamo definire dunque questo sesto lungometraggio come un banco di prova, uno step superiore, un limite che Dolan si era imposto di superare e che ha superato elegantemente. D’altra parte lui stesso si è definito “un cineasta che non vuole ripetersi, pur mantenendosi fedele a sé stesso”.

C’è chi però ha trovato in questo piccolo grande capolavoro una leggera nota negativa: il fatto che il film si esaurisca in soli 95 minuti non gli conferisce  a pieno  quella bellezza che si merita, è una storia che avrebbe respirato meglio in due ore abbondanti.

Nonostante questa piccola nota, Dolan sembra aver messo d’accordo quasi interamente la critica che lo ha per così dire nominato “l’enfant prodige” del nuovo cinema internazionale.