Viaggio in Marocco: l’incredibile avventura tra le dune del Sahara

Imponenti montagne, meravigliose spiagge sabbiose, il fascino indescrivibile delle dune del deserto del Sahara: ecco lo scenario mozzafiato che offre il Marocco. Una terra ricca di bellezze naturali e posti indimenticabili che sono al contempo affascinanti da visitare ed intriganti da esplorare. Paesaggi ricchi di emozioni che si susseguono quasi all’infinito, in una varietà di colori che difficilmente si ritrova in altre parti del mondo. E poi c’è la tradizione, dall’arte secolare dei tappeti all’irresistibile street food, dai prodotti naturali ad altro ancora. Difficile non innamorarsi di un luogo così incantevole ed affascinante, ricco di storia, cultura e tradizione.

Ci sono posti che possono solo essere raccontati in prima persona, da chi ha vissuto quei luoghi incontaminati ed ha potuto assaporare la vita quotidiana e la realtà circostante. Il Marocco è uno di questi luoghi. Per questo oggi noi di Social Up vi presentiamo il racconto di chi il Marocco lo ha vissuto davvero e ha potuto assaporarne ogni aspetto e ogni colore. In particolare, questa è la testimonianza di un viaggio nel deserto, alla scoperta di una cultura tanto lontana dalla nostra ma che, al tempo stesso, può regalare emozioni e sensazioni in grado di cambiare la percezione della propria vita. Lei è Antonella Alessi e questa è la sua esperienza tra le dune del Sahara.

“Per me il deserto è come un uomo che entra all’improvviso nella tua vita, senza chiedere permesso, la stravolge e si deposita sul fondo dell’anima…il deserto è bello e inospitale allo stesso tempo, e le persone che lo vivono crescono a sua immagine e somiglianza. Il deserto è secco, “riservato”, sembra senza vita, e i cuori che lo abitano, apprendono il “non attaccamento”, alle cose e alle persone. Nella regione del Sahara marocchino, i pochi alberi presenti sopravvivono all’aridità, radicandosi in profondo mentre le personalità dei nomadi si formano affrontando siccità e tormente di sabbia: rudi, secchi, forti, indipendenti e ribelli come il vento che tutto accarezza…

Nel marzo del 2013, accadde uno di quegli eventi che con il senno del poi definiamo “fortunati”: grazie alla passione per la fotografia nacque il mio amore per il Marocco. Fu in occasione di un work-shop di fotografia che andai alla scoperta di un Paese che per me, fino a quel momento, non aveva – nel mio immaginario – grandi emozioni da offrire. Ero incuriosita da Marrakech, ma soltanto per via del nome così esotico, e da Casablanca, per le tante storie che da bambina avevo sentito in lontananza, quando si raccontava che gli uomini andavano lì a cambiare sesso. In realtà non avrei saputo nemmeno ben ubicarlo su una mappa: ok Maghreb, ma dove esattamente?

Ad oggi ho colmato tutte le lacune e ho fatto grandi ed emozionanti scoperte, emozioni personali, si intende, perché ritengo che una cultura non si possa conoscere al 100% poiché veniamo in contatto soltanto con ciò che più ci risuona o, al contrario, ci infastidisce. Il Marocco è una monarchia costituzionale dove l’Islam è religione di Stato, ciò significa che molti aspetti della vita quotidiana sono legati alle scritture del Corano: su tutte l’osservanza del Ramadan, pena l’arresto. Questo per inquadrare un paese dove viene praticato quello che in occidente chiamiamo “islam moderato”, dove sono ben accette tutte le culture, dove le nostre “nudità” nell’abbigliamento vengono viste di traverso ma mai sanzionate, dove l’omosessualità non è tollerata nel proprio intimo, pur essendo diffusa, dove modernità e tradizione vivono di pari passo lasciando l’Occidentale a bocca aperta, incapace di comprendere usi e costumi così diversi da quelli a cui siamo abituati.

La popolazione è in parte araba ma a prevalere è la popolazione berbera: berberi del deserto, berberi di montagna, berberi di varie tribù. I berberi del deserto sono difficili da “interpretare”: parlano uno degli idiomi più complessi al mondo (il berbero, che non è arabo), decisamente risulta più facile colloquiare con gli uomini che molto spesso lavorano con i turisti ed hanno imparato tante lingue. Tuttavia non impiegano molto a capire lo straniero, mantenendo una bellissima cadenza: “Commi stai? Stati tutti beni?“, dove il voi è utilizzato al singolare e non al plurale. Difficile ripetere tante vocali uguali in una frase, perché loro le vocali quasi non le pronunciano.

Le donne sono pressoché inavvicinabili, perché spesso non parlano nemmeno l’arabo ma soprattutto non hanno molte occasioni di uscire. In questa parte del Marocco, la tradizione si fa sentire in maniera forte e i giovani sono combattuti tra la necessità del rispetto della famiglia, che viene prima di tutto, e i loro desideri. A prevalere è sempre e comunque la famiglia. I giovani berberi del deserto, spesso guidano grandi jeep, non per opulenza ma per necessità lavorative, indossano Rayban scuri per difendersi dal sole, ed alternano la djellaba azzurra (soprattutto perché i turisti altrimenti non vogliono fare la foto), con l’abbigliamento occidentale: jeans, maglietta e infradito quasi tutto l’anno. Si perché potrà fare anche freddissimo, ma non sarà difficile incontrare uomini che indossano piumini spessi, accompagnati dalle infradito!

Incontrare il Deserto vuol dire fare i conti con l’infinito, con la solitudine, con la necessità di bastare a se stessi. Vuol dire ridurre i propri bisogni al minimo indispensabile: mangiare, dormire, bere… Vuol dire incontrare un mondo per noi del tutto incomprensibile, perché in un’epoca in cui la globalizzazione coinvolge tutti, c’è chi invece sceglie di vivere nel totale isolamento, senza luce, acqua, gas… figuriamoci una Tv.

Il mio primo viaggio nel deserto iniziò da Marrakech, in compagnia di un agente locale, indispensabile per conoscere al meglio il paese e non doversi preoccupare di nulla.  Con alle spalle i rumori e frenesia della città, come prima tappa attraversai le montagne dell’Alto Atlante, un luogo ricco di paesaggi spettacolari: villaggi berberi di montagna, salite e curve impressionanti  per raggiungere, dopo circa 3 ore, la cima più alta del Tizi’n Tickha, da dove iniziare la discesa alla scoperta di un nuovo paesaggio.

Superata la città di Ourzazate, la prima città che si incontra dopo 200 km di strada, si continua lungo la “Via delle mille Kasbah”, la strada che porta alla Valle del Dades: è una delle vallate più belle del Marocco. Qui tutti i colori sembrano danzare all’unisono: il verde brillante della vegetazione si sposa con il rosso delle costruzioni in pisè (paglia e argilla) e durante tutto il percorso è un succedersi di Ksar, fortezze, castelli e Kasbah, alcune in rovina e altre in ottimo stato di conservazione.

Il viaggio continua attraverso grandi palmeti e si arriva alle bellissime Gole del Todra; è un luogo incredibile dove le pareti rocciose arrivano fino a 300 mt. di altezza; nel mezzo scorre il fiume Todra dove, durante l’estate, ci si può rinfrescare. E’ un luogo di grande pace ed energia! Da qui si prosegue verso Merzouga, dove si trova uno dei due Grandi Erg del Marocco, l’Erg Chebbi (l’altro è l’Erg-Chegaga).

L’impatto con la sua maestosità è molto forte, ti lascia a bocca aperta per l’emozione. D’obbligo è il camel-ride per entrare nel cuore delle dune, perché il dromedario regala 90 minuti di passeggio silenzioso, un leggero suono del vento e il cammelliere che si premura di chiedere se tutto va bene o se si ha bisogno di qualcosa; è lui a scegliere il punto migliore per fermarsi a osservare il tramonto che cambia la forma e i colori delle dune: giallo oro, poi arancione e infine la scura profondità delle ombre.

L’emozione successiva scaturisce dall’incombere della notte, carica di stelle: la via lattea qui non è una chimera, ma una fedele compagna della notte e tutto il firmamento è a disposizione dei nostri occhi. Le cena intorno al fuoco, quattro chiacchiere e poi l’accampamento piomba in un religioso silenzio. Tutte le sere che ho trascorso così, ho pianto di gioia.  Non c’è il tempo di riprendersi da questa meraviglia, che subito se ne presenta un’altra: l’alba che cambia nuovamente i colori e mostra i segni della vita notturna con i tanti animali che abitano il deserto, indisturbati e che lasciano traccia del loro passaggio.

Tornati al villaggio ai piedi delle dune, c’è ancora tanto da fare, per esempio andare a fare visita ad una famiglia nomade. Qui nulla è “costruito pro-turista”: le famiglie autenticamente vivono nelle tende o in piccolissime costruzioni di argilla, nel mezzo del nulla. La luce non esiste; la cucina è costituita da un forno a legna; l’acqua viene tenuta fresca attraverso un “frigorifero naturale” ricavato dalle pelli di animali. Le famiglie che allevano gli ovini, si nutrono della loro carne e del loro latte, i meno fortunati attendono un passaggio per raggiungere un villaggio dove acquistare il cibo o l’aiuto da parte degli autisti del turismo che non mancano di passare ogni giorno. Dormono sui tappeti poggiati sulle stuoie, tutta la famiglia insieme, dai nonni ai nipoti. Quando si arriva a visitarli con onore ci invitano nella loro dimora e non mancheranno di offrire del pane e del tè alla menta: accettare è cortesia. A fine serata occhi e cuore sono gonfi di immagini e sensazioni.

A questo punto del viaggio, si può decidere di proseguire lungo le città imperiali, a Nord del Marocco o più semplicemente fare rientro a Marrakech. Sulla strada del ritorno per Marrakech, lungo l’altra importante vallata, la Valle del Draa, si incontrano ancora villaggi berberi, il più conosciuto fra tutti, la Kasbah di Ait Ben Haddou (a 30 km da Ouarzazate), patrimonio dell’Umanità dal 1987. E’ un piccolo villaggio costruito su una collina e ai suoi piedi, durante l’inverno, scorrono le acque del fiume. All’interno dello Ksar oggi vivono poche famiglie, il resto della popolazione si è spostata nella parte “nuova” del villaggio. Per tornare alla ” Città rossa”, famosa  per la sua Piazza Jemaa el Fna, dove ogni cosa può accadere, ci vuole ancora un altro piccolo sforzo ed attraversare nuovamente l’Alto Atlante, un viaggio entusiasmante e carico di fascino… Ma questa è l’altra storia e magari ve la racconterò la prossima volta!”.



Catiuscia Polzella