“Uomini che restano”: storie d’amara realtà un po’ addolcite

All’inizio non si accorgono nemmeno l’una dell’altra, ognuna rapita dal panorama di Genova, ognuna intenta a scrivere sul cielo limpido pensieri che dentro fanno troppo male.

Fosca e Valeria si incontrano per caso nella loro città, sul tetto di un palazzo dove entrambe si sono rifugiate nel tentativo di sfuggire al senso di abbandono che a volte la vita ti consegna a sorpresa…

A dispetto del titolo, il romanzo di Sara Rattaro del 2018 “Uomini che restano” è una storia melodrammatica al femminile.
In prima battuta s’avverte una certa impronta del cinema ozpetekiano, che va via via affievolendosi, perché “sfruttata” solo in superficie per l’impianto tematico, sviluppato poi in maniera del tutto diversa e personale.

L’autrice, tuttavia, è brava nel raccontare filmicamente le vicende, senza mai smarrire il loro carattere narrativo, ma semmai perdendo nella seconda parte ogni tanto colpi dal punto di vista visivo.

Ma, a dire il vero, pur restando una piacevole costante l’ironia esorcizzante il dolore delle due donne fragili e forti protagoniste che sono anche le due voci narranti, problemi in quanto a congiuntivi mancanti, qualche banalità o scontatezza di troppo, due o tre stereotipi buttati non a caso per condire due vicende ben legate, ma non ben riuscite allo stesso modo, non sono assenti.

E non sempre la scrittrice è abile nel lasciare che le voci narranti provengano esattamente dal loro mondo interiore, pur tenendo ben o male conto dei punti di vista di tutti i personaggi: la sua testa difficilmente riesce a celarsi, ad esempio, quando prendono vita quelle riflessioni sull’esistenza che solo il dieci percento delle volte sono davvero poetiche, mentre per il resto scadono in una sorta di qualunquismo stereotipato per accattivarsi il lettore, come accade anche in certi dialoghi.

Se l’anatomia della malattia vissuta fuori e dentro di sé raggiunge vette a volte elevate nella parte di Valeria, con Fosca siamo comunque di fronte ad alcune trovate geniali, come quando suo marito omosessuale si racconta meglio (riflessione sulla prigione in cui vivono ancora oggi tanti come lui) o lei inscena una farsa a cena per mettere a nudo le ipocrisie del conformismo della famiglia “perbene”.

“Uomini che restano” contiene già nel titolo il messaggio di speranza in un finale aperto, ma anche per il suo esito deve fare i conti con una realtà in verità molto più difficile di come sembra e viene descritta dalla stessa Rattaro, che tuo marito si riveli improvvisamente gay amante d’un altro da tempo (storia di Fosca) o un traditore egoista dell’animo (storia di Valeria).

Già solo per il fatto che storie simili siano più commoventi e dure nel mondo reale, comprendiamo bene come una molla di compromesso abbia ancorato la Rattaro al suo mondo (il pubblico), affinché potesse riflettere ma ingerendo una pillola amara zuccherina, dimenticandosi che le due storie di questo romanzo sono pur sempre delle pillole, che restano in realtà: amare.

Uomini che restano
Mangialibri

L’autrice, tra pregi e difetti, un buon equilibrio per rendere discretamente apprezzabile il suo lavoro lo trova: ma senza decollare, sebbene un’ottima base per poterlo fare.

Di seguito, le frasi più belle e vere del libro, che costituisce comunque una piacevole occasione per leggere in relax:

“Non puoi distinguere il cielo dal mare se non ti hanno spiegato che cos’è un orizzonte.”

“Si resta aggrappati a quello che non siamo per paura di scoprire cosa ci manca.”

“Ci siamo guardate e siamo scoppiate a ridere. Ridevamo come se non ci fosse altro da fare, ridevamo perché la vita è così crudele da sembrare disegnata apposta, così assurda da diventare ridicola.”

“Perché diventa talmente umiliante discutere di certe cose, spiegare i tuoi perché, doverti giustificare, che alla fine preferisci sempre battere in ritirata. Come puoi spiegare a un sordo quello che provi, se questo nemmeno ti guarda in faccia?”.

“Una delle poche certezze che abbiamo è che questa vita arriverà alla fine. Quello che possiamo sperare è che nel frattempo sia accaduto qualcosa di veramente speciale.”

Nonostante tutto, la Rattaro porta a casa il risultato con un romanzo che vale 3 stelle su 5.



Christian Liguori