The Fabelmans – la recensione del nuovo film di Spielberg

Dal 22 dicembre al cinema, The Fabelmans, è l’ultimo e atteso film di Steven Spielberg. Fortemente autobiografico racconta la genesi di un regista (lo stesso Spielberg) e la nascita di un passione vitale destinata a segnare tappe fondamentali della vita dell’autore. Sotto il genere di una commedia adolescenziale, si descrive con verosimiglianza la passione che anima, fin da ragazzino, il futuro regista: dall’incontro precoce con la finzione cinematografica , alla ossessione creativa di escogitare stratagemmi di ogni tipo pur di stupire gli spettatori.  Sammy Fablesman (alter ego del regista) matura all’interno della sua famiglia il suo sogno di diventare un regista: in linea con la vena artistica della madre (Michelle Williams), una ex pianista, che ha abbandonato i suoi sogni e in  contrasto con il padre (Paul Dano), un brillante tecnico informatico, destinato a seguire da vicino lo sviluppo di nuove tecnologie (ibm e personal computer)

Il racconto Spielbergiano è molto personale e al contrario di molti altri suoi film appare molto più marcata la componente della verosimiglianza. L’incontro con il fantastico si identifica nell’incontro con il cinema in una cornice intima, familiare. Le prime attrici dirette dal regista sono le sorelle, i primi attori i compagni di classe, in un cinema casalingo che si fa sempre più complesso e desideroso di nuove forme espressive.

Spielberg descrive così la sua infanzia e la sua adolescenza, in un racconto in cui i conflitti, sebbene presenti (tra la madre e il padre ad esempio) non esplodono mai in modo altisonante, ma sono spesso sotterranei,  individuati tramite la macchina da presa. 

E’ questa probabilmente l‘idea più potente di The Fabelmans: il cinema può rivelare la verità (così il figlio scopre l’insoddisfazione relazionale della madre); ma può anche creare nuove realtà che le stesse persone prima ignoravano.  Il cinema è aggregazione, sacrificio, impegno: una lotta tra compromessi, da un lato l’Arte, dall’atro La Famiglia; ma questo contrasto non è dilaniante nell’ottica complessiva del film.

Con un’opera di ricostruzione della propria genesi cinematografica Spielberg rielabora il proprio vissuto. Lo fa però in modo giocoso, anche quando parla dei suoi traumi (il divorzio dei genitori, la depressione della madre, l’assenza del padre, il bullismo dei compagni di classe). Tutto ciò rende The Fabelmans un racconto di formazione autentico, ma dagli angoli smussati: talmente personale da non soggiacere a regole classiche di spettacolarizzazione o intrattenimento.

Il dramma è molto stemperato: è quello vissuto da un adolescente, visto però dall’ottica di un regista consapevole del proprio percorso, che non ha interesse ad enfatizzare i traumi, ma il cui obiettivo è più che altro raccontarli al pubblico, come parte integrante del proprio vissuto.  Se Sorrentino in E’ stata la Mano di Dio sceglie la via del grottesco per ripercorrere le ferite che lo hanno mosso ad intraprendere la via del cinema; Spielberg invece ripercorre l’entusiasmo cinematografico della giovinezza facendo prevalere questo, rispetto alle sofferenze della vita, che affida a singoli fotogrammi rubati o al discorso di un pittoresco artista da circo che lavora nel cinema, suo lontano parente.

L’impressione complessiva che si ha vedendo The Fabesmans è quella di un film diario che fotografa alcune impressioni o intuizioni che hanno segnato il passato del regista; in un racconto delicato sullo stupore cinematografico. Probabilmente si tratta del film più verosimile e meno metaforico del regista, più personale perché racconta la sua storia; ma non del suo film più dirompente al livello emotivo e scenico. 

L’universalità, tipica del cinema di Spielberg fa un passo indietro, per far emergere i ricordi personali di un regista che solitamente ha messo il pubblico davanti a se stesso. Qui avviene l’opposto, anche se, come ci dice lo stesso regista,  la macchina da presa seleziona sempre cosa mostrare e non mostrare: Creare infatti significa anche avere il controllo (come dice la madre di Sammy in una scena del film) di ciò che viene mostrato. 

Buona la prova di Michelle Williams che interpreta la madre del regista, cui è dedicato il film. La prima parte della pellicola è più entusiasmante della seconda, in cui come si diceva, i conflitti sono molto stemperati, rispetto alle premesse iniziali. Nel complesso il sense of wonder sprigionato non è tra i più potenti della lunga e prolifica carriera del regista.



Francesco Bellia