Fonte: https://humanlibrary.org/

Nata in Danimarca la prima biblioteca umana che aiuta a non “giudicare un libro dalla copertina”

In un mondo in cui si parla troppo, e spesso a vanvera, l’arte dell’ascolto rappresenta un’eccezione. In un sistema sociale in cui tutti vogliamo avere l’ultima parola, ci parliamo di sopra e confondiamo il rumore per discorso, chi sa ascoltare si distingue. Quante volte vi è capitato di giudicare una persona senza prestare troppo attenzione alla sua storia? A fronte di questa problematica sociale, in Danimarca già da un po’ di tempo si è cercato di cambiare le cose a riguardo. L’iniziativa danese, che per molti altri paesi potrebbe sembrare davvero un’innovazione, riguarda la cosiddetta “biblioteca umana”. Dall’inizio del nuovo millennio in Danimarca, infatti, è possibile prendere in prestito una persona che abbia una storia da raccontare –  la sua – ed ascoltarla per trenta minuti.

Il dialogo che aiuta a combattere gli stereotipi. La storia più vecchia del mondo, che prende forma grazie alla biblioteca danese: la Human Library di Copenaghen.

“Non si giudica il libro dalla copertina”; “l’abito non fa il monaco” e così via. Tutti proverbi, consigli di vita che almeno una volta abbiamo sentito dire, o abbiamo detto. Tuttavia, non sempre si è in grado di applicare questi insegnamenti nella quotidianità. Il mondo è sempre più diviso, ma fortunatamente esistono alcune iniziative di distinta natura, attraverso cui è possibile far comprendere quanto il diverso sia bello, speciale, unico.

Interessante e importante è, allora, il progetto della Menneskebiblioteket meglio nota in inglese come human library: la biblioteca umana della Danimarca. Creata da Ronni Abergel nel 2000, un attivista che insieme ad altri colleghi ha trovato a Copenaghen le modalità con cui combattere determinati stereotipi e il luogo in cui farlo. In una normalissima biblioteca, in cui al posto di leggere libri ricchi di pagine piene di storia, il lettore diventa ascoltatore di autobiografie. O meglio, della vita vera e propria di persone che hanno in comune il fatto di essere spesso state posizionate ai margini della società. Forse perché non capiti, percepiti diversi, o semplicemente per aver fatto scelte di vita lontane dagli standard sociali.

L’associazione da cui la biblioteca prende le mosse fu la “Stop the violence Movement”. ONG nata nel 1988 in onore di un amico degli attivisti fondatori, vittima di aggressione razzista.

Fermare la violenza, fisica e morale, è l’obiettivo della nascita della human library, dal cui sito si riportano le parole del fondatore. Con una semplice domanda indiretta Ronni riassume la finalità dell’intero progetto. Abergel, infatti, si e ci chiede:

Come possiamo capirci, se non abbiamo l’opportunità di parlarci?

Non capita tutti i giorni di riuscire a fermare qualcuno per strada e farsi raccontare la sua storia. Risulta, dunque, necessario che ciò avvenga, per riuscire finalmente a capire il comportamento dell’altro evitando di lasciare troppo spazio a pregiudizi, che si dimostrano essere, in fin dei conti, infondati. La biblioteca umana, dà quest’opportunità. La possibilità di essere uomini e donne migliori capaci di andare oltre l’aspetto esteriore di una persona. Ed, al contempo, di dare voce a chi, purtroppo, sembra avere poco spazio e voce in capitolo nel tessuto sociale.

Come in ogni biblioteca che si rispetti, è il lettore/ascoltatore a scegliere il libro umano che lo intratterrà per mezz’ora.

La scelta preliminare avviene attraverso la lettura di diversi titoli. Ad ogni persona a cui è affidata la possibilità di raccontare di se per qualche minuto, è attribuito un titolo, lo stesso che la società senza neanche conoscerla le darebbe. Infatti, è possibile passare trenta minuti del proprio tempo con “il disoccupato”, “l’adottato”, “il ragazzo gay”, “l’islamica”, e molti altri ancora. Una lista infinita di nomi con cui identifichiamo “l’altro”.

Come se ognuno di noi fosse solo una cosa, come se dietro non ci fosse nient’altro da scoprire. Nella biblioteca danese, da più di vent’anni, è possibile andare oltre quelle semplici definizioni e capire un po’ di più dell’altro, riuscendo a capire persino se stessi. Da quel titolo, o da una breve descrizione della persona, il lettore si incuriosisce e si mostra disponibile all’ascolto della storia di vita di qualcuno diverso da lui.

In biblioteca si è abituati a fare silenzio, ed è questo che viene chiesto a chi entra in una human library.

Si lascia spazio a chi si tiene dentro troppe cose da troppo tempo, e alla fine della “seduta”, così come quando si termina un libro, le emozioni non mancheranno. L’empatia fa parte dell’uomo, questa è una cosa che viene spesse volte sottovalutata. La biblioteca umana, riesce, a far emergere quell’immedesimazione con l’altro che dall’inizio dei tempo sta alla base della socialità. La stessa che il mondo individualistico in cui si è cresciuti ha per troppo tempo oscurato.

Rendersi conto della fortuna che si ha, è uno degli obiettivi della human library. Oltre a dare l’opportunità di “mettersi nei panni dell’altro” e comprenderne finalmente i punti di vista, che non per forza devono essere condivisibili, ma almeno non più oggetto di giudizio.

Fonte: https://traveltherapists.it/

A fine esperienza, gli ascoltatori compilano dei questionari, attraverso cui inserire suggerimenti o decidere di diventare loro stessi nuovi “libri umani” da ascoltare. Tra i consigli più diffusi, c’è chi scrive di allungare il tempo della chiacchierata, segno di un risultato che colpisce nel segno (e nel cuore) di chi partecipa.

Dalla lezione di umanità dell’iniziativa di Ronni, anche altri paesi si sono interessati all’iniziativa.

Esistono, infatti, ormai tantissime biblioteche in cui è possibile prendere in prestito “persone”. Sono cinquanta i Paesi nel Mondo che hanno accettato questa “sfida” sociale, e che con orgoglio portano avanti un progetto che nasce dalla lotta al razzismo in tutte le sue forme.

“Sfida” non è un termine usato a caso. Sul sito ufficiale la biblioteca umana viene, infatti, descritta, come “un posto sicuro creato per il dialogo” in cui poter “sfidare gli stereotipi”. Si tratta proprio di combattere contro questi ultimi, per creare un solo cambiamento: smetterla di giudicare qualcuno che non si conosce. L’hashtag ufficiale e globale del progetto è, per l’appunto, #unjudgesomeone, ovvero “non giudicare nessuno”.

Il posto sicuro di cui si parla è la biblioteca, luogo in cui rompere le barriere, interessarsi ai problemi altrui e passare del tempo di qualità.

In Italia, ad esempio, si ricorda la Human Library Toscana, nata nel 2015, la quale ha ottenuto anche il riconoscimento  dell’organizzazione internazionale. Il progetto si è diffuso con entusiasmo anche in altre città italiane da Milano a Palermo. Territori con diverse esigenze da affrontare, ma i cui obiettivi sono i medesimi: condivisione, tutela dei diritti umani, combattere i pregiudizi.

Le human library sono anche temporanee, o spesso, in quanto movimento sociale, si spostano per raggiungere sempre più ascoltatori in giro per le città. Chi lavora nell’organizzazione di una biblioteca umana si occupa con attenzione e dedizione di scegliere “i titoli” più efficaci da proporre ai partecipanti, cercando di rimanere al passo con i tempi e con i cambiamenti della società.

Insomma, così come attraverso un romanzo è possibile vivere mille avventure diverse, mediante l’ascolto di una determinata storia ci si arricchisce ogni volta sempre di più e in maniera differente. Gli stereotipi, dopo una simile esperienza, non saranno altro che una lunga di lista di titoli di libri già letti, lasciati in uno scaffale, ma dai quali si è appreso molto.

La human library è stata definita nel 2003 una “buona prassi” dal Consiglio d’Europa, poiché abbraccia quei valori di tolleranza, rispetto e uguaglianza su cui l’Unione europea si poggia e cerca, mediante diversi progetti, di trasmettere ad un numero crescente di persone.

Il bagaglio culturale di un individuo, si sa, è frutto di esperienze vissute, ma ad avere notevole impatto sono anche quelle lette ed ascoltate e la human library ne è esempio concreto.



Giulia Grasso