James Stewart, il mister Smith della porta accanto

In SPETTACOLO by Vincenzo Filippo BumbicaLeave a Comment

“No senatore, qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. Se c’è un film che meglio rappresenta l’epopea di quel mondo dove nonostante le moderne trasformazioni sopravvive ancora uno spicchio di romantico passato, questo è “L’uomo che uccise Liberty Valance”. A pronunciare questa frase è il direttore del giornale locale che spiega al politico perché non pubblicherà la sua scomoda verità circa l’identità del vero uccisore di questo psicopatico bandito: il suo amico Tom Doniphon (John Wayne). Per i cultori del genere western è il coraggioso Ransom Stoddard: una diversa figura di uomo che contrasta un mondo di selvaggia sopraffazione attraverso il rispetto della legge.

“Caro George ricorda che nessuno è un fallito se ha degli amici”. Clarence l’angelo spedito sulla terra per guadagnare le ali a patto d’una buona azione, così consola il povero disperato che pensa di farla finita nella fiaba fantastica di ”La vita è meravigliosa”, un film che mescola speranza, ottimismo e buoni sentimenti a contrastare in un contesto particolare la cattiveria umana. Per l’immaginario collettivo americano è George Beiley, padre e marito ideale, amico fidato e sicuro punto di riferimento per tutta una comunità.

“Beh, io ho fatto una strana scoperta: che qualcuno, pur essendo partito dalla gavetta può valer poco o niente; e così qualcun altro essendo nato nel lusso, può invece valere molto”. Un leale e ammirato riconoscimento all’altezzosa ma sentimentalmente raffinata ereditiera (Katharine Hepburn) di “Scandalo a Filadelfia”. Per gli spettatori più sofisticati è Macauley Connor, il corretto e scrupoloso giornalista a contatto con un mondo dorato che non gli appartiene.

Lisa, io mi porto soltanto una minuscola valigetta, abito nel mezzo di trasporto di cui dispongo, dormo poco e mi lavo ancora di meno. E molto spesso la roba che mangio è ricavata da bestie che quando sono vive non oseresti neppure guardare”. Questa la scoraggiante risposta alla donna che vorrebbe con lui condividere la propria esistenza nel magistrale thriller “La finestra sul cortile”. Per quelli più smaliziati è L.B. Jefferies, l’inquieto fotoreporter che ruba immagini alla quotidianità altrui costretto com’è all’immobilità.

Per tutti James Stewart nato a Indiana in Pennsylvania nel 1908 da una famiglia d’origine scozzese, un divo vero nella sua semplicità che amava ricordare:” Ero uno di quelli arrivati a Hollywood in cerca di fortuna negli anni trenta, con l’avvento del sonoro molte carriere cessarono di colpo e gli studios cercavano gente che sapesse parlare e il serbatoio doveva essere il teatro”.

Come molti dei suoi personaggi, egli avrebbe cambiato più di una volta le regole del gioco nella sua vita. D’altronde non si diventa per caso Qualcuno se il caso sei tu. Il viaggio intorno a sé stesso incominciò quando novello architetto, al levigato legno del tavolo da disegno preferì lo schioccante legno della bacchetta del ciac. Dopo aver rifiutato la continuazione dell’attività di famiglia in un grande negozio di ferramenta e abbandonato il sogno di diventare pilota d’aviazione, s’iscrisse alla Princeton University.

Così invece di concepire strutture e realizzare progetti, disegnò una figura di attore incancellabile nel tempo capace d’infondere emozioni ai gesti più semplici, talmente bravo che faceva finta di non esserlo e all’umiltà dell’apprendimento aggiunse una recitazione asciutta basata su atteggiamenti inconfondibili prettamente personalizzati a cominciare da una voce al mentolo corroborata da un’andatura quasi ciondolante che sosteneva una delicata personalità e una robusta professionalità. Aveva l’aria del ragazzo di campagna che emanava il fresco odore dell’albero di Natale ma nessuno come lui rimanendo profondamente se stesso ha saputo impersonare il cittadino medio del New Deal Rooseveltiano: l’uomo della strada strenuo difensore dei valori che alla fine grazie al suo caparbio attaccamento ai giusti valori riesce a realizzare i propri sogni in quel grande paese. E siccome anche facendo cinema si può raccontare l’America, ebbe successo. Dietro quel suo apparire un allampanato giovanotto di provincia con una difficoltà peculiare d’espressione mostrando la stoica fragilità della sua naturalezza, esprimeva una semplicità di fondo che piacque molto al pubblico americano, come notò John Ford: ”Era bravo a fare tutto, recitava sé stesso, ma recitava anche il personaggio, e questo funziona sempre”.  

Dopo un lungo tirocinio, normale per quei tempi, nel 1938 azzeccò la parte giusta nel suo primo film da protagonista: ”L’eterna illusione” di Frank Capra il regista suo mentore che disse di lui: ” Jimmy, non lo ha mai detto, ma secondo me ha deciso che se doveva essere un attore sarebbe stato il migliore di tutti”.

La popolarità una volta guadagnata la mantenne coi film successivi per poi aumentarla quando venne chiamato ancora una volta da Capra per interpretare: ”Mr. Smith va a Washington” in cui trionfa la sua disarmante pulizia morale, che risplende ancora nel successivo ”Partita d’azzardo” del 1939 con la fatalona Marlene Dietrich. Vinto l’Oscar nel 1941 per la perfomance di “La vita è meravigliosa”, il secondo conflitto mondiale gli offrì l’occasione di dimostrarsi buon patriota: si arruolò e come pilota si ben disimpegnò in varie missioni. Avrebbe poi trasferito la sua vocazione in campo cinematografico, nei panni del mitico Charles Lindbergh de “Aquila solitaria”; poi nel ruolo del disilluso aviatore veterano de: ”Il volo della fenice” e infine con la particina del proprietario d’una compagnia aerea nel catastrofico: ”Airport 77”.

Jimmy, come affettuosamente era chiamato nell’ambiente, irruppe invece nel cinema d’azione, grazie anche alla collaborazione col regista Anthony Mann e riuscì benissimo ad impersonare in barba alla sua difficoltà dì apparire un duro, il cow boy alle prese con mandriani violenti, sceriffi corrotti, avventurieri d’ogni risma e affaristi avidi che alla fine se la cava in virtù della sua onestà di fondo e fede nella giustizia. In cerca di un ”Winchester 73” nel 1950; trasgressivo sposa “L’amante indiana”; fila via su un barcone in “Là dove scende il fiume”; s’immerge determinato nella natura selvaggia de ”Lo sperone nudo”; scazzotta vendicativo ne “L’uomo di Laramie “ e chiude il cerchio nei panni del libero trapper Linus de “La conquista del West“ del 1962. Cambia genere e diventa un dinoccolato e ondeggiante musicista in: ”La storia di Glenn Miller”. Per il suo modo d’essere in apparenza tranquillo è l’ideale alter ego del maestro del brivido Alfred Hitchcock ne: ”L’uomo che sapeva troppo”; e ” La donna che visse due volte”. Puro, romantico e crepuscolare nella sua apparizione di ”Marlowe indaga”; affianca così il vecchio amico John Wayne, ormai al lumicino per via della salute, ne “Il pistolero”. Pervicacemente attaccato ai suoi propositi abbandona le scene come il tenero nonno Clovis ne: ”La più bella avventura di Lassie” del 1978. Non era arrivato a 70 anni per apparire frettoloso dato che ci vuole molto tempo per diventare giovani e per uno realista come lui la nostalgia era il più inutile dei sentimenti: “Un giorno gli uomini con i regoli calcolatori e i cervelli elettronici erediteranno il mondo”. Con questa consapevolezza, visse ancora quasi 20 anni dondolandosi tra libri di poesie e giardinaggio. Finché un giorno di luglio del 1997, come il più discreto e gentile dei vicini di casa che si possa desiderare, traslocò definitivamente nel suo nuovo appartamento con le pareti color azzurro cielo.