Intervista a Gianni Costantino: “Il cinema è curiosità”

Gianni Costantino è uno che di cinema ne capisce: dentro e fuori, in teoria e in pratica. Il suo percorso passa per gli studi del DAMS, l’aiuto regia dei fratelli Bertolucci e il debutto alla regia insieme alla Littizzetto in un ruolo da protagonista.

Pur avendo firmato solo due pellicole, la sua strada è in fermento e contiene novità figlie di uno stile già seminato, dalla cifra personale, divertente, non senza una certa volontà di operare una critica sociale.

Scopriamo meglio questa personalità umile ma di spicco!

Quando è sbocciata in te la passione per il cinema?

Alle elementari ricordo che mi piaceva narrare agli altri episodi che vivevo dandogli corpo e anima: ho sempre amato il tono affabulatorio del cinema.

Ero un giullare fuori e dentro casa. La passione vera e propria per il cinema nasce negli anni Ottanta, l’epoca del cinema di serie B, ma dopo aver guardato un capolavoro come “C’era una volta in America” di Sergio Leone.

E come sei entrato in questo mondo?

Il mio primo lavoro pagato come assistente alla regia è stato “Graffiante desiderio” (1992) di Sergio Martino, regista di numerosi cult degli anni Ottanta.

Coming soon

Parlami un po’ della tua formazione.

Prima avevo fatto il DAMS a Bologna, che però era molto improntato ad un approccio teorico. Io volevo scoprire come si facesse il cinema davvero. Un professore, però, all’università mi indirizzò bene nella pratica, informandomi che stavano girando un film in città. Andai sul set e mi fu offerta una possibilità per un lavoro successivo sulla riviera romagnola, vista la voglia di fare che avevo.

Così iniziai a lavorare per “Graffiante desiderio”, come ti dicevo.

Mondospettacolo

Un percorso dalla teoria alla pratica vedo. 

Sì, anche se da quel momento in poi, passando per l’aiuto regia di Giuseppe Bertolucci, ho seguito una direzione totalmente pratica, iscrivendomi alla scuola “Ipotesi Cinema” di Ermanno Olmi.

Con lui finalmente iniziai a toccare la macchina da presa. E ho avuto modo di girare anche videoclip e un corto “cattivo” e metaforico che ha vinto un sacco di premi: “La paralisi”.

Come definiresti il cinema e come mai hai scelto la strada della commedia?

Il cinema è curiosità: se vuoi impararlo è come andare in un’officina. Puoi sapere tutta la teoria del motore di una macchina, ma fino a che non ti sporchi le mani con l’olio non ci sarai mai dentro.

Credo che si possa raccontare meglio la realtà attraverso un racconto più “leggero”, che fa arrivare meglio alcune cose.

Come ci sei arrivato alla direzione del primo film, “Ravanello pallido”, che quest’anno compie 20 anni?

Ero sul set di “E allora mambo!” come aiuto regista di Pellegrini. La Littizzetto che vi recitava mi fece i complimenti e mi disse che se avesse fatto un film in futuro si sarebbe fatta dirigere da me. Sono cose che si dicono, ma nel caso suo posso parlare di coerenza.

Mi ha chiamato per il suo primo film da protagonista, “Ravanello pallido”, affidandomene la regia. Era una pellicola grossa, con tanti soldi e tante aspettative di base. Fu un’impresa premonitrice e lo considero un lavoro un po’ lungimirante nel raccontare la tv commerciale.

Il titolo del talk show nella pellicola, infatti, si chiamava “Bisbiglia e grida”: ci sarà una televisione dove tutti si parleranno addosso, grideranno, oppure ci sarà qualcuno che bisbiglia per non farsi capire. C’abbiamo lavorato io, la Littizzetto e lo sceneggiatore Fabio Bonifacci. Sei l’unico che con la tua recensione l’ha colto bene. Il film è più attuale adesso che allora.

Ti ringrazio molto, ne sono onorato, davvero. Mi piace la tua originalità, il tuo carattere stilistico un po’ naïf.  

Il film poi era un invito a non mettere al centro dei riflettori televisivi solo persone esteticamente belle e basta, perché un Paese con questa televisione così facendo diventa pigro.

Una cosa che poi è avvenuta in effetti: il cinema deve anticipare.

Sono un po’ pop e mi piace colorare il mondo che racconto con personaggi che a volte sono un po’ dei disgraziati. La mia è una commedia non di costume, ma di mal costume.  Mi piace poi lavorare sulle donne, perché credo abbiano una marcia in più. Il mio prossimo film vedrà protagonista Vanessa Incontrada: è in preparazione.

Prima del prossimo film, ricordiamo che sei ritornato al cinema (senza averlo mai lasciato sotto altre vesti) come regista nel 2019 per “Tuttapposto”. Raccontami un po’ la genesi di quest’altro lavoro.  

Mentre giravo “L’ora legale” (2017) di Ficarra e Picone occupandomi di direzione casting, i due comici mi parlarono di un altro comico che stava spopolando all’epoca nelle piazze della Sicilia e sui social, un certo Roberto Lipari, e me lo dipinsero come un tipo molto arguto ed intelligente.

Andai a vedere un suo spettacolo all’aperto tirato alla grande solo da lui, parlando di temi attuali in forma di monologo, con una scenografia vuota. La platea di 400 paganti era soddisfatta, e lo fui anche io.

Ci conoscemmo e mi propose un soggetto che aveva a che fare con la raccomandazione e la poca meritocrazia che passano per l’università italiana. Partimmo da un’ottima base e crebbe una bella storia. Mi innamorai di lui come della Littizzetto, perché mi innamoro sempre dei miei attori.

Lui funziona perché è sempre se stesso. Quando il rettore di Catania venne a sapere che volevo girare nella sua università mi aprì le porte, ma letto il copione me le chiuse.

Ecco perché tutto quello che vedi nel film non riguarda minimamente l’ateneo di Catania. Poco dopo l’uscita di “Tuttapposto” il rettore venne indagato e sospeso dall’incarico per aver messo in piedi una sorta di “università bandita”, un sistema di raccomandazioni studentesche. Anche lì abbiamo in un certo senso anticipato.

Pazzesco, sei un visionario. Complimenti per tutto, davvero, e in bocca al lupo per il nuovo film “Sposa in rosso” a cui stai lavorando. Un’ultima domanda: credi che sia giusto fare a breve film sul covid, visto che ce li possiamo attendere da altri registi, come Muccino che ha dichiarato mesi fa di volerne realizzare uno a tema?  

Innanzitutto grazie a te, è stata una bella chiacchierata. Viva il lupo! Per risponderti alla domanda, ti dico che io sono un grande osservatore della realtà, delle sue piccole cose nascoste, ma ritengo che debba passare un po’ di tempo per parlare di un qualcosa che ha segnato tutti indubbiamente, tra ombre, ma anche luci.

Ringrazio personalmente il regista per il bel messaggio di speranza: la stessa la dà lui alla commedia, un genere oggi molto bistrattato in Italia, ma che grazie a uno come lui prova a risollevarsi dalla coltre dei pregiudizi.

Un augurio immenso per una carriera che seguirà con tante sorprese per uno che, come lui, farà strada.

Le foto ci sono state gentilmente fornite dal regista Gianni Costantino.



Christian Liguori