Il linguaggio della depressione: spie di allarme nei discorsi di chi soffre

In EXPERIENCE by Camilla AntonioniLeave a Comment

 

A volte si desidera scomparire, ma tutto quello che si vuole veramente è essere trovato.

E’ proprio così, la depressione cambia radicalmente il tuo modo di vivere, di essere e di sentire. Vorresti essere un’altra persona, vorresti pian piano sbiadire tra la pioggia fino a non sentire più nulla. Le tue abitudini cambiano, la tua pelle e il tuo odore cambiano, persino il tuo modo di esprimerti cambia. Ma c’è una cosa che spesso si trascura della depressione e sono proprio quelle minuscole, insignificanti, piccole spie che il nostro subconscio manda in ricerca d’aiuto, per essere trovati.

Spesso si dice A, ma si vuole contemporaneamente dire B; spesso si sostiene fermamente una cosa, quando dentro di noi in realtà si sta urlando di non credervi, perché è l’altra quella giusta. Spesso ci si ammutina, per il puro gusto di farsi male, perché non si può far altro; quando in realtà siamo i primi che stanno chiedendo aiuto, senza neanche saperlo.

Oggi sono stati presi in considerazione nuovi elementi per sostenere la depressione o meno di una persona: e si tratta proprio delle parole. Da tempo infatti gli scienziati cercano di stabilire l’esatta connessione tra depressione e linguaggio, la tecnologia ha sicuramente avvantaggiato il lavoro.
Uno studio pubblicato su Clinical Psychological Science ha individuato una classe di parole che può aiutare a indicare con una certa sicurezza se una persona è depressa. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia, poiché, grazie ai metodi di analisi testuale computerizzata, le tempistiche si sono dimezzate permettendo così uno studio su vasta scala di una quantità enorme di dati linguistici.

Gli elementi analizzati riguardano per la maggior parte scritti personali e diari di persone depresse, allargandosi fino alla sfera artistica con le opere di Kurt Cobain – frontman dei Nirvana, morto suicida a 26 anni – e Sylvia Plath, poetessa statunitense, anch’essa suicida. Anche il linguaggio naturale orale è stato determinante per lo studio, in quanto si è giunti alla conclusione che la stessa oralità subisce cambiamenti una volta trasmessa da una persona depressa o meno.

Distinzione fondamentale inerente ai contenuti del linguaggio è quella riguardante il contenuto e lo stile. Il contenuto riguarda l’intenzionalità comunicativa, dunque quello che si vuole comunicare: non sorprenderà dunque che le persone depresse usino una .quantità eccessiva di parole legate a emozioni negative, soprattutto aggettivi e avverbi. Ma secondo i ricercatori, per individuare meglio le spie della depressione è più interessante analizzare l’uso di pronomi. Chi mostra i sintomi della depressione fa anche un uso significativo del pronome di prima persona singolare—”io“, “me“— e un uso ridotto dei pronomi di seconda e terza persona. Questo suggerisce che le persone depresse siano anche più focalizzate su se stesse, e meno connesse alle altre. A tal proposito sorge però una domanda fondamentale: la depressione spinge le persone a concentrarsi su se stesse, o sono le persone che si concentrano di più su se stesse che poi manifestano i sintomi della depressione?

Lo stile riguarda invece la modalità comunicativa, dunque come ci si voglia esprimere, piuttosto di cosa si voglia comunicare. Successivamente a uno studio compiuto su un campione di 64 pazienti, il risultato ha evidenziato un uso costante di parole assolutiste — comunicanti probabilità o dimensioni enormi, per esempio “sempre“, “niente“, “completamente“—, e che l’uso di tali parole è addirittura più caratterizzante di quello dei pronomi o delle parole negative sopracitate.

Le parole assolutiste sono la manifestazione concreta della tendenza delle persone depresse ad avere una visione del mondo che non lascia spazio a sfumature (assolutista, per l’appunto): per queste persone esistono solo il bianco o il nero, la felicità o la tristezza, la vita o la morte.
È importante notare che chi ha già avuto un episodio depressivo è più portato ad averne altri. Quindi, la tendenza a un modo di pensare assolutista, anche quando non sono momentaneamente presenti sintomi depressivi, è un segnale che questa caratteristica possa giocare un ruolo negli episodi depressivi. Lo stesso si riscontra per i pronomi, ma non per le parole legate a emozioni negative.

Capire il linguaggio della depressione può aiutarci a capire il modo in cui pensano le persone depresse, ma ha anche dei riscontri pratici. I ricercatori stanno unendo l’analisi testuale automatizzata con il machine learning – computer che possono imparare dall’esperienza senza essere programmati – per classificare diversi disturbi mentali a partire da stralci di scrittura, come quelli dei blog.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima più di 300 milioni di persone depresse in tutto il mondo, un numero angosciante e in costante crescita; dunque sarà sempre più importante riuscire a capire il linguaggio nascosto delle persone depresse, le loro piccole spie di emergenza, per poterle trasformare da tormentate grida silenziose di aiuto, a solenni canti di vittoria.