Conspiracy: il film che racconta da chi fu decisa la Soluzione finale

Francesco Bellia

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La giornata della memoria del 27 gennaio rappresenta una ricorrenza di grande importanza per la coscienza collettiva e individuale: per non dimenticare il trauma della Shoa, ma anche per spingere l’umanità ad andare più a fondo, verso prospettive nuove e inesplorate, spesso colpevolmente trascurate, molteplici, come le verità storiche che esse contemplano, mai del tutto intellegibili né realmente conosciute. In tal senso la potenza espressiva del cinema diventa uno strumento di straordinaria efficacia per mettere in luce nuovi sguardi e suscitare nuove riflessioni.

E’ il caso dell’acuto Conspiracy, film televisivo del 2001, diretto dallo sceneggiatore Frank Pierson (scomparso nel 2012). Avvalendosi di un ottimo cast, il regista propende per un taglio diverso da altri film sul medesimo tema. Invece di descrivere lo sterminio degli ebrei nella sua attuazione concreta, dal punto di vista delle vittime o dei carnefici (“Shinder’s list”, “Il Pianista”, “Il Figlio di Saul”),  o di partire dalle sue conseguenze (“Il processo di Norimberga”, “Vincitori e vinti”), il film di Pierson si concentra su un evento che è stato il presupposto essenziale per conferire alla Shoa l’abominevole forma di sterminio sistematico e organizzato che tutti noi conosciamo.

Si tratta di un incontro storicamente avvenuto: la conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, in cui il potere nazista diede inizio alla soluzione finale. Fu proprio da questa riunione (di cui sono rimasti i verbali), capeggiata dal generale delle SS, Reinhard Heydrich (un superbo Kenneth Branagh), infatti, che le gerarchie del regime scelsero di annientare la razza ebrea e ne discussero i termini come se stessero risolvendo un problema di politica interna. Tramite una sceneggiatura solida e sferzante il regista rielabora i dialoghi dei presenti, basandosi sui verbali ritrovati. Con ritmo teatrale (il film è girato quasi interamente in una stanza), si susseguono i dibattiti degli astanti, ciascuno con la propria argomentazione riguardo al modo più opportuno di procedere. E’ così che la proposta di alcuni di una deportazione di  massa degli ebrei viene scartata perché troppo dispendiosa e costosa, oltre che “eclatante”.

Tra pause, “battute” e rinfreschi, intervallate da incitamenti militareschi in favore del Fuhrer e della causa,  i partecipanti sono indirizzati dall’”estro” manipolatore del generale Heydrich, vero “direttore d’orchestra” del consiglio nel proporre metodi sicuri ed efficienti per lo sterminio. In mezzo a loro non manca chi mostra il proprio dissenso, ma viene presto ammutolito da minacce talvolta allusive, talvolta più dirette. Poi, al culmine della riunione, interviene Adolf Eichmann (Stanley Tucci) nel descrivere in modo matematico e cinico le sue intuizioni sull’utilizzo del gas per velocizzare lo “smaltimento” di esseri umani. Riceve il plauso della platea,  quasi all’unanimità: una delle scene più agghiaccianti del film. Lo straniamento è prodotto senza mostrare alcuna violenza sullo schermo, ma denudando con una schiettezza che rende increduli la vacuità di questi uomini, assolutamente indifferenti rispetto alle decisioni che stavano per prendere, delle cui conseguenze erano senza dubbio consapevoli. L’ interesse di alcuni nell’adottare al più presto la decisione sembra suscitato  più dalla necessità di conservare il proprio potere e la propria carica, piuttosto che da un senso accanito di razzismo. Altri ripetono ottusamente massime antisemite come se queste siano le uniche argomentazioni da loro conosciute. Si arriva al paradosso per cui uno di quelli che più si oppongono a tale soluzione è Wilhelm Stuckart (interpretato da Colin Firth), strenuo sostenitore della castrazione chimica degli ebrei e quindi un convinto antisemita, che si dimostra contrario però alla loro eliminazione. Presto anche lui viene riportato all’ordine e la riunione si conclude senza altri intoppi. La dimora di Wannsee viene abbandonata dagli ospiti lasciando un conturbante vuoto al suo interno, lo stesso che avverte, al termine della visione, lo spettatore. E’ la banalità del male descritta da Hannah Arendt, qui resa con grande efficacia e un realismo che lascia attoniti, pur non mostrando le terribili immagini e le testimonianze che i documentari ci hanno consegnato. Il film solleva ancora una volta l’interrogativo di sempre: Come è stato possibile tutto questo? La risposta non è altisonante né chiara: è sottile, torbida e angosciante. Sta nelle espressioni rilassate dei partecipanti dopo la conclusione della lunga riunione, quasi sollevati nel poter ritornare finalmente alle proprie occupazioni e ai propri incarichi: al loro microcosmo, lineare e ordinato, curandosi soltanto di eseguire al meglio i propri ordini e di “fare bene” per il Reich, per se stessi e per il Fuhrer, rimanendo estranei a tutto il resto, anche al più normale e spontaneo senso di umanità.