War machine: la bellicosa America sconfitta da “The Rollingstone”

Ironia sottile, satira abile e acuminata sono le “armi” di “War Machine”, interessante esclusiva Netflix del 2017. Il nuovo film dell’australiano David Michôd, già regista del buon “Animal Kingdom” (del 2010), racconta la presa di potere e la “caduta” del generale Glen McMahon (Brad Pitt), incaricato di gestire le truppe americane in Afghanistan durante il governo Obama. La figura del generale (di nome McCrystal nella realtà) e del suo entourage è costruita traendo spunto dal libro “The Operators” di Michael Hastings, giornalista che nel 2010 fece uscire su “The Rollingstone” un articolo decisivo per la carriera del militare, costato la rimozione di quest’ultimo dal suo ruolo.

La vicenda si focalizza sul tentativo di guadagnare campo in Afganistan, da parte di McMahon, e del suo desiderio di consolidare l’influenza americana in quelle zone, remando contro l’amministrazione Obama, che lo vuole più come uomo di facciata, piuttosto che come un attivo comandante militare. A tal fine richiederà anche nuove forze armate, ricercando aiuti, anche in Europa. Fondamentale nella pellicola è senz’altro la presenza di Brad Pitt (anche produttore), che con grande padronanza veste i panni del protagonista. Ben elaborato il suo personaggio: si tratta di un militare carismatico, con un bel bagaglio di successi bellici in Iraq, un uomo “spartano”, ordinato e di comando, maestro dell’organizzazione militare. Un vincente, soprannominato “la macchina da guerra” (il “war machine” del titolo), il quale viene chiamato per dirigere un conflitto, che, nel corso della pellicola, si scoprirà essere più mentale che reale.

Le grandi aspettative di McMahon, infatti, convinto di poter dare con il suo rigore e la sua personalità, nuova vita all’occupazione americana in Afghanistan, saranno gradualmente annientate dall’evidente inutilità della presenza dell’esercito nel territorio. Ingiustificata e per niente voluta dai civili, imposta, nonostante gli incredibili sforzi del generale di inquadrarla sotto l’ottica della protezione e della sicurezza.

Fin dal suo incipit, “War Machine” riprende tutto sotto una lente ironica e dissacrante, che si fa beffe della corporazione e dei gradi militari, in uno spirito chiaramente anti-militaresco. È così che l’altisonante e analitica presentazione dello staff del generale, con cui si apre la pellicola, non è che l’inizio della presa in giro nei confronti di cariche assolutamente vuote, così come sono vuoti gli ideali che McMahon sciorina nelle sue conferenze pur di giustificare il suo bisogno, tutto americano, di entrare in guerra, anche lì dove non ve ne sono assolutamente i presupposti. Brad Pitt domina indiscusso lo schermo. Incarna con grande naturalezza l’uomo tutto di un pezzo, imbevuto di facile patriottismo, che si riduce a tratti ad una macchietta, patetica, quasi ben voluta dallo spettatore. In mancanza di conflitti di cui alimentarsi, l’uomo non può far altro che allenarsi e correre a vuoto con la canottiera sudata intorno al campo di addestramento. Questa forse un’immagina emblematica della sua situazione, così come le sue conversazioni con i politici e gli esponenti di altri paesi, dalle quali esce immancabilmente sconfitto.

Con destrezza e acume, Michôd (anche sceneggiatore) immortala la sconfitta di un’America bellicosa, vittoriosa e conquistatrice, utilizzando McMahon come metafora. Come tale personaggio essa è costretta a tirarsi indietro, sebbene in modo infantile non accetti di essere ridimensionata. A sconfiggere il pluripremiato generale non sono gli attacchi terroristici dei talebani, ma un articolo statunitense di “The Rolling Stone”, che ha Lady Gaga in copertina: un’umiliazione che brucia sull’orgoglio americano ed è una sconfitta sonante, quasi vergognosa per il capo e i suoi seguaci.

Il giornalista autore del fatidico articolo è la voce fuoricampo che narra il racconto, in un atteggiamento divertito e quasi paternalistico nell’osservare la dipartita del generale. Il regista vi si identifica perfettamente, anche al livello scenico. Si avvale di bravi attori come Ben Kingsley e Tilda Swinton che fanno da contorno e sostengono l’interpretazione centrale di Brad Pitt. L’operazione convince e la satira arriva al punto. Nonostante il titolo, il protagonista non vedrà mai la guerra da lui auspicata. L’ironia è ben calibrata dal cineasta australiano che rende intelligente e di buona fattura questa nuova esclusiva Netflix.



Francesco Bellia