In carcere il riscatto è possibile? Uno sguardo sul Pratello, la gattabuia dei minorenni bolognesi

Diana Quadri

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Parlare di carcere sembra facile. Il più delle volte si tratta di numeri, nelle relazioni leggiamo il numero degli ingressi dei detenuti, il numero degli italiani, degli stranieri, sono numeri che a volte superano la capienza massima, il numero di chi tenta il suicidio, chi si auto lesiona, chi ferisce i compagni o i secondini, che evadono e che hanno colpe. La criminalità è un nemico quantitativo, contiamo i delinquenti senza dargli un volto e li aggiungiamo alla lista. 

“Eccone un altro che è cascato nel baratro” si sente dire, ma il guaio è che pochi allungano la mano per aiutarli a uscire. 

Al civico 34 di via del Pratello sorge l’Istituto Penale per Minorenni di Bologna (IPM); passandogli accanto lo sguardo non va oltre il muro che ne delimita l’area e i due militari di guardia all’ingresso, ma la sua realtà è ben diversa e più ampia di quello che il nostro occhio può vedere. 

Innanzitutto è bene precisare che il compito delle carceri minorili in Italia è contenuto solo a livello numerico, per il resto il trattamento di minorenni sottoposti a provvedimenti giudiziari, dovrebbe essere frutto di un lavoro di recupero equivalente, o persino maggiore, a quello dedicato ai detenuti adulti. Da parecchio tempo, giustamente, in Italia si evidenzia la necessità di rimediare procedure differenti per i minori, che sono soggetti vulnerabili, in pieno sviluppo psico-fisico, per i quali bisogna avere più accortezze. In ambienti ostili come le carceri soprattutto, dove l’isolamento dalla società e il clima di reclusione aumentano il distacco psico-fisico e non favoriscono sicuramente un approccio positivo verso il mondo circostante. Per questo motivo il percorso di recupero per i minori dovrebbe essere sottoposto a una maggior cura, per rendere la permanenza in carcere del giovane un momento di riscatto guadagnato e non una pausa nella vita di un delinquente conclamato.

L’errore di molti è proprio questo, non credere all’ipotesi della redenzione, il carcere diventa una punizione esemplare per i cattivi, che però restano cattivi. Con tutti questi pregiudizi verso la criminalità come “viaggio di sola andata”, i detenuti stessi iniziano a crederci, è così che nasce la controcultura nei penitenziari, dove, invece di pentirsi, i detenuti si sentono giustificati nel rimanere tali. 

“Danbury non era una prigione” dice Depp nel famoso film Blow. “Era una scuola di crimine, io entrai con un Diploma in Marijuana, ne uscii con un Dottorato in Cocaina”. 

Per questo è difficile parlare di effettiva socializzazione del detenuto, bisogna verificare se la società è pronta a riciclare i suoi scarti umani, se è pronta a perdonare e riaccogliere i colpevoli. 

Al penitenziario bolognese le attività di recupero e socializzazione dei giovani detenuti sono in corso da diversi anni, questa continuità è probabilmente favorita dalla stabilità direzionale di Alfonso Paggiarino in atto dal 2002. 

Nel 2014 ci sono stati molti successi; si è visto un aumento di opportunità e di attività dirette ai giovani, oltre all’educazione di primaria importanza, i ragazzi hanno la possibilità di partecipare a diversi corsi; attività ludiche, arte terapia fino ad arrivare alle attività sportive. 

Anche il volontariato si è attivato all’interno del penitenziario con diverse iniziative, permettendo ai detenuti di avere un contatto con la realtà cittadina. La maggior parte dei volontari appartiene alle Associazioni “Uva Passa” e “Altro diritto”. Spesso sono giovani, ragazzi e ragazze che s’inseriscono tra i coetanei detenuti instaurando un clima di fiducia, che punta a migliorare le relazioni personali di questi adolescenti in difficoltà. 

Insomma sembra esserci tutto per prevenire e accontentare le esigenze dei detenuti o almeno quasi tutto. 

All’appello manca il rinomato laboratorio teatrale, curato dalla Cooperativa sociale Teatro del Pratello. La compagnia, diretta dal maestro Paolo Billi, si esibiva regolarmente da 15 anni nell’ex chiesa all’interno del carcere minorile. Purtroppo quest’anno l’attività formativa si è dovuta interrompere, in seguito a un intervento dei Vigili del Fuoco, che hanno dichiarato i locali oggettivamente inagibili. 

Qui iniziano a scorgersi i punti critici della struttura, gli spazzi inadeguati.

Effettivamente pur proseguendo i lavori di miglioria nel carcere, l’area esterna rimane da rifare completamente e all’interno è accessibile solo un piano su due.

Di conseguenza, neanche il problema del sovraffollamento sembra risolversi, nel 2015 il numero degli ingressi è aumentato rispetto ai flussi di utenza del 2014, l’oscillazione delle presenze di quest’anno varia dai 12 ai 26 ragazzi, in sovrannumero rispetto alla capienza fissata a 22 detenuti. Il Direttore Paggiarino ha proposto un ampliamento della struttura, attraverso la ristrutturazione del piano superiore, per arrivare ad accogliere fino a 44 persone, ma ancora non ci sono segnali d’inizio lavori. 

Ecco che tornano i numeri, quando si parla di problemi, i numeri sono i protagonisti, il calcolo razionale diventa l’unico metodo risolutivo. La realtà però è diversa, i ragazzi del penitenziario non si contano, non dicono “Buongiorno n. 5” o “Come va n. 14?”, e neanche il personale lo fa. Ognuno di loro ha un nome e una storia diversa, e ora si ritrovano rinchiusi nello stesso luogo, costretti a convivere ad andare d’accordo. 

Il fatto che la popolazione detenuta sia composta in maggioranza da stranieri, comporta uno sforzo maggiore. L’inserimento deve essere curato con attenzione, in modo da evitare forme di discriminazione ed ottenere un’accoglienza dal personale e dagli altri detenuti. 

Qualcuno che forse ha capito come bisogna muoversi è la Garante dei detenuti, Desi Bruno, che ha avanzato una serie di proposte al fine di garantire il rispetto della dignità e dei diritti dei detenuti stranieri. La parola chiave è integrazione, anche in carcere, prevenendo situazioni di tensione tra i detenuti causate dalla distanza culturale, e salvaguardando le tradizioni dei singoli. L’integrazione degli stranieri si sta avviando attraverso la distribuzione di diete diverse, pensate in particolare per i ragazzi musulmani, e con l’applicazione di nuove soluzioni, per far collaborare ragazzi di diverse religioni. 

Questi tentativi vanno portati avanti per evitare la stigmatizzazione di pregiudizi che all’interno del carcere rischiano di creare gruppi etnici in contrasto. La violenza non è sana per ragazzi a rischio, per questo è giusto continuare a puntare sulla convivenza multiculturale e su un’educazione religiosa.

Essere rinchiuso in gabbia è doloroso, essere privati della propria libertà è straziante, se per di più succede in terra sconosciuta, la situazione non può certo migliorare. Sono colpevoli ma non in eterno, in particolare questi ragazzi che arrivano al massimo a 25 anni, di tempo ne hanno per farsi perdonare, se gliene si dà la possibilità.