Al bando gli idrofluorocarburi per la salvaguardia del clima

In SCIENZE, social up by Irene Del Lesto

I lettori più giovani, probabilmente, non ricorderanno l’allarme lanciato negli anni 80 riguardo al buco dell’ozono. Lo strato di ozono è situato tra i 15 e i 35 km di altitudine (zona che viene definita stratosfera) ed è quello che permette la vita sulla Terra perchè blocca i nocivi raggi UV provenienti dal Sole. L’ossigeno, a queste altitudini e con l’interazione della luce ultravioletta, va incontro a una reazione ciclica (Meccanismo di Chapman, dal nome del suo scopritore) il cui prodotto finale è l’ozono, una molecola composta da tre atomi di ossigeno. L‘ozono stratosferico si comporta come una membrana in grado di far passare alcuni tipi di radiazione ultravioletta (UV-A) ed impedire  il passaggio di altri (UV-B) dannose per i sistemi viventi.    

I clorofluorocarburi (CFC), sono composti chimici di origine sintetica composti da carbonio, cloro e fluoro, non tossici e chimicamente inerti. Proprio per queste ottime caratteristiche sono stati usati in maniera massiccia negli anni ’80 come liquidi refrigeranti nei frigoriferi e nei condizionatori, propellenti per spray e come agenti schiumogeni e solventi. Essi, però, si rivelarono in grado di avere un’interazione negativa con l’ozono della stratosfera. Reazioni chimiche particolari facevano sì che il cloro rompesse i legami dell’ozono (O3) interferendo con il meccanismo di Chapman e andando a creare il “buco” proprio sopra l’Antartide (sì avete capito bene, i venti hanno trasportato i CFC usati soprattutto in Occidente fino alla zona Polare Antartica!). Di fronte ad un rischio così evidente, la comunità scientifica rispose tempestivamente mettendo al bando i CFC.  Ad oggi sentiamo ben poco parlare di “buco dell’ozono” perché, fortunatamente, dopo il protocollo di Montreal del 1987 , l’allarme è rientrato e il buco dell’ozono tornato a livelli accettabili e non più pericolosi per la salute umana.

Monitoraggio del buco dell’ozono prima e dopo il protocollo di Montreal (1987), immagini dai satelliti NASA.

I famigerati di cui sopra si parla, sono stati sostituiti in larga parte dagli HFC, gli idrofluorocarburi, anche questi composti di origine chimica in cui sono totalmente assenti atomi di cloro, i responsabili del buco dell’ozono, e hanno preso il posto dei CFC come refrigeranti nei frigoriferi e nei condizionatori. Esiste però un inconveniente: gli HFC intrappolano il calore negli strati più bassi dell’atmosfera. I lettori più accorti mi diranno che questa è la stessa funzione dell’anidride carbonica, uno dei principali gas promotori l’effetto serra e indispensabile per la vita sul pianeta, eccetto per il fatto che il Fluoro ha una capacità di assorbimento del calore dalle 1000 alle 10.000 volte superiore la CO2. La concentrazione in atmosfera degli HFC è decisamente più bassa di quella dell’anidride carbonica ma si calcola che da qui a fine secolo questi potrebbero contribuire all’innalzamento della temperatura globale per almeno 0,5°C.

Insomma, abbiamo “risanato” il buco dell’ozono e aperto un nuovo problema sul fronte del riscaldamento globale. Rispetto agli anni 80, abbiamo più informazioni e mezzi tecnologici, quindi urge porre rimedio a questa situazione.

Effetti del riscaldamento globale sui ghiacciai del Kilimanjaro, 1993-2000.

È quello che si sono prefissati di fare i 150 paesi riuniti a Kigali nel corso del 28th Meeting of the Open-ended Working Group (OEWG 28), tenutosi in Rwanda nell’Ottobre del 2016 e conclusosi con la decisione di mettere al bando, insieme ai CFC, anche gli HFC. In maniera molto più graduale rispetto al 1987, gli HFC dovranno essere eliminati a partire dal 2019 dai Paesi industrializzati (Stati Uniti ed Europa), dal 2024 da alcuni paesi in via di sviluppo (Cina) e dal 2028 da altri paesi ancora (India, Pakistan, Iran e i Paesi del Golfo).

Rispetto al trattato di Parigi del 2015, l’Accordo di Kigali rappresenta realmente un passo avanti: innanzitutto le tecnologie attuali ci permettono di avere già a disposizione dei validi sostituiti degli HFC (a differenza degli anni ’80, in cui i possibili sostituti dei CFC erano ancora da identificare) e soprattutto, dalla COP21 di Parigi si era usciti con un accordo di principio ma con misure insufficienti, perché ridurre le emissioni di CO2 comporta rivisitare e rivalutare l’intero modello di sviluppo energetico. Con la messa al bando degli HFC, invece, si coinvolge un unico settore industriale e questa è sicuramente una spinta più concreta, efficiente e facilmente realizzabile per tutti i paesi, da quelli industrializzati a quelli in via di sviluppo.

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Irene Del Lesto

Irene Del Lesto

Rapita dalla biologia sui banchi di un liceo classico, mi sono laureata in Biologia ambientale nel 2016. Collaboro con Social up e con l'associazione ScienzImpresa cercando di occuparmi di divulgazione scientifica ma, soprattutto, cercando di capire cosa fare da grande. Una delle più grandi passioni è il mare dal quale non potrei mai vivere troppo lontano.